Caso Moro, tutte le inchieste italiane

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In questi quarant’anni retroscena credibili e fantasiosi sul caso Moro si sono succeduti senza fine. Incognite e misteri: la P2, la Cia, servizi segreti deviati e complotti di varia matrice e natura. Non v’è neppure certezza su chi, tra i brigatisti, assassinò Moro. Inizialmente venne indicato Prospero Gallinari, ma dopo anni di silenzio Valerio Morucci smentì tutti e disse: «L’ho ucciso io, e non poteva essere che così». Sparò nove colpi di pistola Walther Ppk e di mitraglietta Vz 61 Skorpion. Ora, in ordine di tempo, emerge una nuova pista, corredata anche da un’immagine fotografica: «Possiamo affermare con ragionevole certezza – ha detto Beppe Fioroni, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro – che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ’ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l’8 luglio del ’46». Di Antonio Nirta, che nel 1978 aveva 32 anni, parlò per la prima volta al pm Nobili il pentito della ’ndrangheta Saverio Morabito, collaboratore altamente attendibile e secondo il quale Nirta, detto “l’esaurito” o “due nasi“ per la sua confidenza con la doppietta, sarebbe stato confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino, ma anche uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro. Le prime dichiarazioni del Morabito sono datate 1992, ma la procura di Roma le aveva ricevute solo l’anno dopo. Proprio sulle sue rivelazioni si celebrò il processo “Moro quater”. I brigatisti, che fino ad allora non avevano mai parlato, presero la parola in udienza per smentire i rapporti tra loro e le ’ndrine. A raccontare alla stessa commissione parlamentare dei rapporti tra Br e clan era stato anche Raffaele Cutolo.